Ho fatto un viaggio in India; è stato intenso, a tratti difficile, spesso misterioso. Inutile dire che mi ha lasciato addosso un senso di incompiuto, il ricordo di un mondo immenso di cui puoi percepire l’energia ma comprendere poco.
Ho cercato di togliermi gli occhiali del primo mondo per ritrovare la vista nuda di un bambino curioso, che cerca di capire, tra gli angoli delle città, come si vive dall’altra parte, come si vive diversamente.

Storie diverse su livelli diversi

Sarà il retaggio del sistema delle caste, ma sembra che per le strade ci sia un caos solo apparente. I confini delle vite degli indiani, in realtà, sono netti, separati, delineati dalla nascita e si concretizzano in matrimoni stabiliti ancor prima di venire alla luce, in ruoli da servi e da padroni, da sacerdoti, da custodi, da intoccabili.

Un nuovo significato alla parola “inquinato”
Lo confesso, fino a oggi non sapevo cosa volesse dire un cielo color ocra che ti avvolge come un manto perenne, una polvere continua, i polmoni affaticati, le narici sporche come dopo un concerto in un campo di terra battuta. Non lo sapevo, cosa fosse un mondo in cui la strada accoglie storie ma anche i resti e i residui di tutti, ospita escrementi, cani malandati, mucche smunte, immondizia.
Dell’India arrivano immagini di spiritualità e colori, di bambini dagli occhi corvini e palazzi sontuosi e bellissimi. Ma c’è un lato duro, che ha bisogno di essere raccontato, perché è parte, anche esso, dell’anima di questa immensa nazione.

Moltitudine

Una quantità enorme di persone, rumori continui e avvolgenti, un intrecciarsi di odori, sapori forti, adorazioni e templi di dei differenti. È il luogo della moltitudine umana.
Di chi svolge un lavoro, di chi apre bottega, di chi si rade, di chi medita. Di chi ti sorride, nonostante tutto.

Fragilità
C’è un uomo, sposato a una donna da tantissimi anni. Vivono in un luogo che si limita all’essenziale: un letto di legno, qualche utensile, un focolare, nessuna cucina, un bagno all’esterno.
Non hanno avuto figli; sono soli, in un piccolo villaggio di poche case e tanta povertà. E mentre con le mani costruisce una delle sue ceramiche, essenziali come la sua vita, provo tutto il senso della fragilità umana. Insieme a quell’oggetto che mi regala e che racchiude tutta la sua ricchezza, mi colpisce il pensiero che siamo storie e lacrime e gioia e che scompariremo, come lui, che si appresta a chiudere, con la sua morte, la narrativa della sua famiglia.